Un racconto, un racconto molto breve che vi occuperà al massimo cinque minuti della vostra vita, ma che, in un certo senso, potrà aiutarvi a conoscere meglio le tematiche del mio lavoro e darvi la possibilità di avventurarvi nel miglior modo possibile nel mio strano mondo visuale.

Non ho l’abitudine di spiegare i miei lavori o di analizzarli, l’osservatore ha il diritto e il dovere di trovare nelle mie opere una sua chiave di lettura e con questo testo non voglio far altro che dargli ulteriori informazioni su cui riflettere, senza ovviamente imporre nulla.

Per leggerlo potete scaricare il PDF, l’ePub o semplicemente continuate a scrollare in basso su questa pagina.



DIFFERENZA NULLA
R A C C O N T O  B R E V E
di Simone Nervi

Una goccia di sudore solca la fronte pronta a spiccare il volo. Senza alcun aiuto per sopravvivere. Senza un paracadute, un recipiente dove essere conservata. Consapevole di evaporare una volta toccato il cemento rovente del marciapiede. Un gesto così audace e nessuno ad assistere, nemmeno il suo creatore, intento in altri affari.

I miei occhi si sono abituati alla forte luce mattutina e un elefante ha appena defecato per strada. Il posto dovrebbe essere corretto. Guardo attraverso il vetro, il riflesso del sole cela l’interno del locale. Ombre in movimento mi fanno capire che non è giorno di chiusura.
L’aria condizionata è al massimo, lo sgabello al bancone è fissato a terra e il barman non mi degna di uno sguardo. Alzo gli occhi al di sopra delle bottiglie alcoliche che decorano la parete, sull’orologio i numeri in ordine crescente sono neri su sfondo circolare bianco. Una mosca porta la mia attenzione su una presa della corrente, poco distante. Nessun oggetto elettrico trae beneficio da essa, ma un filo bianco fuoriesce dal muro alla sua destra e prosegue in linea retta sino al pavimento, scomparendo dietro il battiscopa.
– Un whisky, con ghiaccio a parte –
Il cervello analizza l’impulso elettrico trasmesso da entrambi i canali uditivi e posiziona il suono pervenuto alle mie spalle. Non mi giro, lo zoccolo grigio cenere mi ha fatto incontrare una chiazza di muffa nell’angolo delle due pareti di sud-ovest. Verde con venature bluastre, sinteticamente interessante. Uno stiletto nero e una suola rosso fuoco si insinuano in questo subbuglio visivo. Una caviglia nuda e sottile, una gamba slanciata speculare ad un’altra di identica fattura, una gonna a tubino e una camicetta leggera che fa percepire la presenza di un seno ben proporzionato, un collo lungo e affusolato, un viso. Un viso perfetto. E dietro, sul soffitto, una lunga fila di led che mi guida verso il centro del locale.

Ho ventisette anni e oggi è il mio primo giorno di vita. Due ore fa mi sono svegliato, o per meglio dire, mi sono reso conto di appartenere ad un mondo di fatto imperniato su organismi biologicamente viventi basati sul carbonio. E sull’acqua.
Una piccola finestra era l’unica fonte luminosa di quella che poteva essere una stanza dal soffitto molto alto. Un viso illuminato dalla debole luce presente è la prima cosa di cui ho ricordo. Uno specchio rifletteva un ragazzo di bell’aspetto seduto su una sedia nera e morbida.
– Cosa posso portarle? –
chiede il barman notandomi. Il suo volto entra nel mio campo visivo, prendo, dalla tasca della giacca scura, il foglio digitale e glielo mostro.
– Vuole anche un bicchiere? –
Con un movimento involontario dall’alto verso il basso della testa dò il mio assenso e lui si gira per preparare l’ordinazione.

La porta del locale si chiude con un movimento lento e uniforme. Il sole ora è più intenso. Sono in perfetto orario e la Stazione Centrale è la mia meta. Non devo prendere un treno, ma ritirare alcuni documenti da una cassetta di sicurezza, la 19D28. La linea creata dal dislivello tra la strada e il marciapiede rende i passi regolari e rettilinei. Il mio sguardo segue la direttrice, mi accorgo di sapere cos’è un treno e, soprattutto, dove si trova la stazione. Non so come mi chiamo, non so perché esisto, ma so allacciarmi le scarpe e conosco alla perfezione il piano regolatore di Ipertonia, la città in cui mi trovo. Sul foglio digitale trovato al risveglio, ho letto una serie di istruzioni ed è nata in me un’illogica determinazione nel seguire tali direttive. Giro a sinistra, in una strada più grande e affollata, la linea scompare tagliata dalle gambe in movimento di indifferenti passanti frenetici. Mi fermo. Socchiudo gli occhi per un attimo. Alzo la testa. I tetti dei palazzi a lato del marciapiede e il cielo azzurro senza nuvole. Ritrovo la traccia. Riprendo il cammino.

La piazza antistante la stazione è formalmente squadrata e il piede sinistro sente attraverso la suola della scarpa qualcosa di morbido. L’orologio sulla facciata batte l’una. Un uomo grasso e affannato mi guarda negli occhi.
– Fermati –
Appoggia la sua mano destra sulla mia spalla sinistra avvicinando leggermente la testa e abbassando di due ottave il tono della voce.
– Devo fare presto, l’uomo dei passaporti è sulle mie tracce. Stammi a sentire, ora tu non sai chi sono, quasi certamente non sai chi sei e di sicuro non conosci il motivo del tuo risveglio involontario di questa mattina in una stanza buia e sconosciuta. –
Non batto ciglio. Non cerco di controbattere. Non sono stato istruito sul comportamento da tenere in questi casi e nulla che già non conosca mi è stato rivelato.
Dopo una breve pausa e molte gocce di sudore scese dalla fronte, riprende.
– Non è di fondamentale importanza rivelarti il mio nome. Come te, anch’io mi sono svegliato in quella stanza, non ho parlato con il barista e sono arrivato sin qui guardando in cielo. Ho aperto quella cassetta di sicurezza, mi sono ribellato e ho deciso di combattere il loro sistema. Sai, non è facile vivere così, ma ho fatto una scelta, la mia scelta, come tu ora devi fare la tua. Ascoltami con attenzione, diffida da quello che leggerai, loro vogliono farti credere di non esistere, di essere solo una formalità di controllo. Loro vogliono comandarti e faranno di tutto per confonderti. Ora devo andare e non credo ci rincontreremo ma ricorda bene quello che ti sto dicendo. Inizia a pensare con la tua testa, tu non sei una macchina. –
Immediatamente il ricordo dell’elefante visto in mattinata si fa strada nella mente e l’uomo sudaticcio scompare guardingo nel nulla.

Ho ventisette anni e oggi è il mio ultimo giorno di vita. Sono una macchina, un androide, uno dei primi modelli a ‘differenza nulla’, un cyborg naturale. Tutte le parti meccaniche che mi compongono sono artificiali ma biologiche, non producono ruggine sotto l’effetto di agenti atmosferici ma possono subire infezioni virali. Sono seduto su una panchina traslucida nell’ampio e degradante ingresso della stazione. Ho appena finito di scaricare i dati trovati nella cassetta 19D28 sul foglio digitale e non dovrei provare emozioni. La lacrima che scende dall’occhio destro, come descritto nelle istruzioni, è un test fisico di controllo ma il senso di impotenza che sale dalla bocca dello stomaco e mi stringe il costato non trova nessun riscontro nelle nere lettere sfuocate del foglio che ho in mano. Sono il corpo di un essere umano, il termine tecnico è avatar.

L’aria profuma di vita e decomposizione. Il tram a sospensione magnetica che mi ha condotto fin qui è ora solo un silenzioso serpente in lontananza. I gabbiani planano leggeri nel vento e il rumore delle onde si infrange sulle pietre verdastre del porto. L’oceano, visto dalla terra ferma, sembra infinito. Alla stazione ho visto un cartellone pubblicitario di un ristorante, l’indirizzo mi ha incuriosito e la mia memoria cartografica ha fatto il resto. Sento l’aria umida penetrare la pelle, insinuarsi tra i capelli e innescare emozioni mai provate. Porto lo sguardo dall’immensa distesa d’acqua, dal cielo azzurro tratteggiato da multiformi nuvole bianche, dal sole in continuo, impercettibile, impetuoso movimento, verso la mano destra. Aperta, con il palmo rivolto verso l’alto. Con tutte quelle linee che le appartengono, necessarie al giusto funzionamento strutturale della stessa e alla sopravvivenza della specie umana. E trovo tutto ciò strano. Entrambi i paesaggi presenti nei miei occhi e, di conseguenza, nella mia memoria, iniziano ad avere un significato diverso da quello prettamente descrittivo. Il viso di quella ragazza era davvero meraviglioso e me ne rendo conto solo ora.

L’orizzonte si fa meno luminoso, i lampioni iniziano a disegnare il lungomare con un riverbero artificiale e da tre ore sto analizzando la mia breve esistenza in ogni suo insignificante aspetto. Non mi serve guardare l’orologio che non ho per sapere l’ora. Ho tutto nella testa. Come l’esatta posizione geografica in cui mi trovo o la consapevolezza della perfezione dei rigorosi battiti del mio cuore. Dalla stazione non sto più seguendo le direttive scritte nel foglio digitale e in tutto questo tempo ho cercato di mettere in dubbio la mia essenza di prova tecnica di funzionamento corporeo.  E’ logico avere tali perplessità quando si acquisisce la coscienza di esistere. Mi sono fatto molte domande e a tutte ho dato una risposta. Tranne per una:
“Chi è l’uomo dei passaporti? “
Ma ho ritenuto non essenziale dare una soluzione a tale quesito. Ho deciso come deve essere il proseguimento di questa avventura e il tram a sospensione magnetica delle diciannove e trentasette per tornare in città mi sta aspettando.
Lo spiazzo del capolinea è deserto. Dai palazzi circostanti un mosaico di finestre scomposto illumina con una calda luce rilassante la via. I miei occhi non vanno più alla ricerca di un punto di riferimento. Conosco il percorso da fare e questo mi basta per andare con passo deciso nella giusta direzione. Ho voglia di fumare, la mente ha iniziato a funzionare correttamente e ora il cervello ha avuto la sua naturale prova tecnica, come volevasi dimostrare.

Giungo dove tutto è iniziato e l’elefante ormai non c’è più. Un uomo è appoggiato al muro, vicino alla porta, la stessa di questa mattina, della stanza dal soffitto molto alto. Mi vede, inizia a camminare nella mia direzione, prosegue oltre passandomi accanto. Conosco quell’uomo, parecchie ore fa mi servì acqua blu in un bicchiere.
Dice qualcosa. Non si volta nel farlo. E percepisco solo queste tre parole:
– Io sono te. –

– fine –